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Annalisa Cima
Incontro Montale, 1973 (prosa)
il volumetto contiene: 
un ritratto a matita di Montale
fatto dall'autrice. Due 
conversazioni, un autoritratto
inedito del Poeta e due traduzioni da
poesie di Emily Dickinson fatte da Montale
e dalla Cima con relativo autografo.
All'insegna del Pesce d'Oro,
Milano, 1996

 

INTRODUZIONE

La ricerca di assoluto urta contro l'antimisticismo del mio interlocutore.
Le diverse età, origini, dovrebbero tradursi in altrettante incomprensioni.
La mia età di contrasti e violente dichiarazioni, le origini dalle inflessioni austroungariche tendenti all'esclusivismo, non impediscono di amare la semplicità latino-anglosassone del poeta.
Questo suo modo attuale e semplice, fatto di piccole cose attraverso le quali vedere e sentire, ha per fine gli stessi ideali resi meno dogmatici.
La sua astensione timida è reale: fatta di misantropia, di prudenza.
Il voler dire, non dire, le ritrosie di chi teme anche a sproposito di essere coinvolto, impediscono all'interlocutore di appoggiarsi sulle proprie verità per creare un tramite di comprensione.
L'imporsi un parlare di cose non sue, non trite, non lette e tutto ciò che viene dall'esterno, costringono a procedere in un labirinto di voci che ostacolano il colloquio.
Chi lo dice senza idee filosofiche, chi vede nei suoi lunghi silenzi una assenza di pensieri e sentimenti.
La sobrietà di parola, la misura nel gestire, l'assenza di enfasi, non sono mancanza di sentimenti, di idee.
Idee Montale ne ha coniate e scritte molte.
Mi sembra giusto rispondere con due dialoghi che facciano risaltare il suo modo di pensare, la sua logica chiara, coerente, senza fronzoli, mettano in luce una personalità: quella di Montale, non facile, con il suo poco trasporto per gli altri, i silenzi difficili, le riprese faticose.
Spesso a chi lo incontri può sembrare ostile: è la sua maschera, la sua difesa, forse abitudine.
Montale, poeta, siamo in molti a conoscerlo, ad ammirarlo. Montale uomo è spesso incompreso.
Lo si accusa di usare l'arma dei potenti, di intimorire, di essere reticente nell'esprimere idee personali: forse per moderazione, non certo per paura.
Chi lo abbia letto sa che non presenta misteri il suo modo di vedere le cose.
L'atteggiamento politico, è chiaramente antifascista, dai tempi in cui esserlo poteva presentare dei rischi.
Antifascista, senza cadere in posizioni polemiche o in fastidiosi estremismi. Senza bisogno di dimostrare nulla essendo la sua convinzione non di recente data. 
La sua religione, cristiano-antidogmatica, è vedere con occhio quasi pagano l'intervento dell'Assoluto nelle cose, attribuire alla religione un campo di logiche non di credentità.
Il suo dialogare, rotto da risatine a volte maligne, quando diventa impegnato si spezza: paura di essere andato oltre, d'aver scoperto troppo se stesso; timidezza, ritrosia o senso d'inutilità dei concetti troppo spiegati?
Spesso l'ho sentito dire: se divulgassero meno, se meno gente si occupasse di cultura, quanta ignoranza rimarrebbe inoffensiva. Cosí, si dà un'arma. "Quattro giudizi raccolti, un po' di nozionistica spicciola ed ecco il livello. Una erudizione massificata". L'erudizione fine a se stessa, il leggere troppo e male lo spaventano, sa quanto vuoto si nasconda sotto le false erudizioni.
Legge ciò che ama, parla di ciò che ama, non vuole piacere: non si sforza nel dare il meglio di sé stesso.
Andare da lui, vederlo, parlare di cose di tutti i giorni, vuol dire scoprire una persona cara.
Montale deve essere scoperto come tutte le cose non facili, con semplicità, perché si ritira come un riccio di fronte a chi indaga.
Quando è sicuro della persona che gli sta di fronte, allora ama parlare di sé, degli altri con allegra malignità, con frasi scherzose.
Un'umanità di cui gli scrutatori di poeti che lo vengono a trovare dovrebbero tener conto.
Non sanno parlargli di cose inutili o piacevoli, lo tengono costantemente sotto tiro. Per chi giuoca il ruolo dell'impegnato, come rinunciare ad una citazione, a un luogo comune, di fronte al grande poeta?
E Montale sbuffa, fuma insofferente e paziente al tempo stesso.
Alla sua età, caro senatore, tutti questi seccatori che vengono a trovarla per vedere il mostro sacro, li manderei a farsi benedire, perché, oltretutto, come ieri diceva, "sono dei menagrami".
Questo breve scritto introduce due incontri: per avvicinarci al suo pensare, per rileggerlo forse, per amarlo di certo.

Annalisa Cima


PRIMA CONVERSAZIONE


ANNALISA CIMA - Soffrire di esterofilia è male da borghesi, ma anche da intellettuali; quando si parla di tradizione letteraria e di saggistica spesso le teorie sono assolutamente contraddittorie. Qualcuno sostiene la critica anglosassone superiore alla nostra…

EUGENIO MONTALE - I critici inglesi hanno una tradizione di saggistica certamente piú elevata della nostra, ma non strettamente letteraria.
Se leggi la prefazione famosa di Matthew Arnold a Wordsworth è uno stupendo saggio, ma se uno cercasse proprio dentro lí, la critica intesa in senso filologico, non c'è nulla di simile. In questo senso è, in anticipo di quasi cento anni, quasi un crociano. Per il quale la pagina scritta ha un valore molto relativo. Il Croce diceva: la poesia è dentro il cuore del poeta, che poi la scriva o non la scriva non toglie nulla.
Invece non è vero, non è vero affatto, se uno si impegna a scrivere, questo fantasma interno cambia, a volte cambia sesso, età, peso, misura, sapore, odore.

ANNALISA CIMA - Anch'io sono per l'arte-espressa: il quadro non dipinto, la poesia non nata, si prestano alla mistificazione.
Ma a parte la giusta motivazione di voler far nascere un'opera perché non rimanga un'astrazione, un'illusione, oggi si è diffusa un'epidemia che potremmo chiamare: imperativo della facile divulgazione. È venuto meno il pensare, l'avere delle idee, per lasciare posto all'informazione che diviene fine a se stessa, sproporzionata all'idea, al contenuto da divulgare.
Cosí l'abuso provoca un fraintendimento dell'opera, e acquista un'importanza smisurata l'involucro, la parte deteriore.
Non si fa a tempo a mettere a fuoco un'idea, trasformarla in azione artistica, ed è già invecchiata.

EUGENIO MONTALE - …le idee sono diventate un genere d'uso: si indossano e si dimettono al primo variare della moda. La moltiplicazione delle scienze e delle tecniche è direttamente connessa alla scomparsa delle idee. È chiaro che la poesia e la prosa di romanzo non potranno mettersi al corrente se non realizzando opere totalmente prive di idee e unicamente affondate nell'inconscio. Si dirà che anche la rinuncia alle idee è un'idea, è l'idea che non esistono idee valide. Ma è un sostegno debole per una produzione che dopo ottanta e piú anni di nuovissimi ismi non ha nemmeno il pregio della novità.

ANNALISA CIMA - Ma è difficile credere a qualcosa che non sia strettamente legato al progresso della tecnica, venute meno quasi tutte le strutture ideologiche che hanno sostenuto per secoli l'arte.
Strutture travolte da nuove scoperte, da affermazioni piú valide, scartate dagli eventi stessi che le hanno sperimentate.

EUGENIO MONTALE - Se molti giovani non credono né in Marx, né nel Dio dei cristiani e nemmeno in quello della democrazia liberale o degli Stati Uniti d'Europa (o in altre ipotetiche divinità) potrebbero almeno credere nella possibilità di esprimersi in forme che non siano di contrabbando.

ANNALISA CIMA - L'arte e in particolare pittura e scultura, oggi vivono di novità che sono tali solo per mancanza di documentazione. Gli artisti sembrano applicare il metodo progressivo della scienza al campo dell'arte, con sperimentazioni che vanno al di là di quello che l'estetica in arte si propone. La tecnica della scienza ha contaminato quella dell'arte, l'artista è quindi portato a giustificare ogni esperimento, avvalendosi di una metodologia che non gli appartiene. L'arte è chiamata a dimenticare il suo valore estetico, senza riuscire ad assumere valori sociali, psicologici. Ripetere gli oggetti sotto forma sperimentale, non tecnicamente perfetti è un compromesso imposto dai critici e subito dagli artisti. Inoltre, quanto ha sapore di nuovo vale anche se oggetto già frusto. Di qui il pericolo di riprodurre cose appartenenti a un altro mondo: il mondo consumistico. Un barattolo, una macchina da scrivere, un qualsiasi oggetto, viene ripresentato, sostituito a sé stesso con un altro nome. L'artista è un consumatore di un supermarket dove attinge oggetti a cui reinventare un nome. Tale funzione dell'artista ha indubbiamente indebolito il valore dell'arte e fatto affermare a critici chiaroveggenti
che l'arte è morta.

EUGENIO MONTALE - Il nostro tempo ha reso l'arte cosí immediata da distruggerla.

ANNALISA CIMA - E per il futuro?

EUGENIO MONTALE - L'arte si disporrà allora su due piani, un'arte utilitaria e quasi sportiva per le grandi masse e un'arte vera e propria.
…Il dovere di noi, cosí detti intellettuali, è di far sí che una parte del migliore passato possa sopravvivere nell'avvenire. Le voci piú importanti saranno quelle degli artisti che faranno sentire, attraverso la loro voce isolata, un'eco del fatale isolamento di ognuno di noi. Sono queste grandi personalità isolate quelle che danno un senso a un'epoca e il loro isolamento è piú illusorio che reale. Quel che importa oggi è di non lasciarsi illudere dal filisteismo del falso moderno, del costante scambio in arte, dei mezzi col fine.

ANNALISA CIMA - Questo non distinguere le componenti dell'azione in arte al punto di non saper piú discernere tra mezzo e fine, può forse derivare dall'alienazione dell'uomo contemporaneo.

EUGENIO MONTALE - . Il filosofo e il sociologo che in questi anni piú si è riempito la bocca con la parola "alienazione", è Theodor W. Adorno, uomo di formazione freudiana e marxista.
Secondo una opinione assai diffusa l'attuale alienazione dell'uomo è da porsi in rapporto alla fase capitalistica della civiltà industriale. Sono convinto che esista un'alienazione naturale, ma credo che essa possa in qualche misura essere corretta dalla volontà dell'individuo; e sono altrettanto certo che lo sviluppo della civiltà meccanica (sia esso regolato dall'alto o dal basso) ben difficilmente possa essere neutralizzato nei suoi effetti nefasti in un mondo superpopolato.

ANNALISA CIMA - Sono d'accordo nel credere che la nostra alienazione, dovuta allo sviluppo della civiltà meccanica, non sia soltanto colpa del capitalismo; infatti nei paesi dove impera la forma anticapitalistica si notano gli stessi effetti negativi prodotti dall'era della macchina. Il progresso ci ha disorientati, abbiamo perso in potenza. Sottoposto a una menage stressante, l'uomo non ha retto. Il nuovo mondo da lui stesso creato ci sta fagocitando.

EUGENIO MONTALE - L'uomo nuovo nasce, per eredità, ancora troppo vecchio per poter sopportare il nuovo mondo; le attuali condizioni di vita non hanno ancora fatto tabula rasa del passato, si corre troppo ma si sta fermi. L'uomo nuovo è, in altre parole, tuttora in fase sperimentale.
Oggi come ieri l'uomo lavora e si diverte; ma il lavoro è quello che compie la parte di un ingranaggio e gli ozi sono laboriosi.
L'uomo d'oggi guarda, ma non contempla, vede, ma non pensa.
È gente che smesso il lavoro non può restare in compagnia di sé stessa ed ha bisogno - in qualsiasi modo - di "far qualcosa" per riempire il vuoto dal quale deve difendersi. Non è gente in ozio questa: è gente veloce, in fuga dal tempo, dalle responsabilità e dalla storia.

ANNALISA CIMA - Un'alienazione alimentata dalla mancanza di pause, dal non sapersi accontentare di una vita da vivere giorno per giorno. Solo, alienato, posto di fronte ai problemi del nulla, della sopravvivenza, l'uomo cerca un aggancio soprannaturale, un ritorno alle religioni.

EUGENIO MONTALE - Per l'uomo posto di fronte al nulla o all'eterno, non esiste, non è pensabile che una sola possibilità, tangibile, evidente, infinitamente cara quanto piú prossima a sfuggire: la vita di quaggiú, la vita stessa che abbiamo visto, conosciuto e toccato con le mani fin dai primi anni dell'infanzia.

ANNALISA CIMA - Una concezione che nel suo intrinseco ateismo è preferibile all'alienazione di chi si alimenta di false credenze, di riti magici, di esasperazione della componente rituale delle religioni per dare risalto alla parte deteriore, alla parte scenografica. E attribuisco questo bisogno di idoli alla necessità di dover comunicare, se non altro in modo simbolico, per combattere la nostra alienazione, il cui tarlo è appunto l'incomunicabilità. Cosí tra magia e incomunicabilità ci ridurremo in un mondo di esseri silenziosi, ma non perché meditativi.

EUGENIO MONTALE - È sparita quasi del tutto l'abitudine e la capacità della conversazione - nella quale la persona umana, l'anacronistico "singolo", tentava in qualche modo di affermarsi - non è però venuto del tutto meno il bisogno di comunicare. Il congresso, la "rencontre", il dibattito ad alto livello o basso livello, il festival a sfondo piú o meno culturale permettono a legioni di uomini specializzati di sentirsi esistere senza assumere per questo nessuna particolare responsabilità. 
Il Congresso è il tentativo sinora piú riuscito per gettare il discredito sulla casta degli uomini che pretendevano di pensare con la propria testa. Il suo apparente scopo è quello di praticare un massaggio (per carità, non un messaggio!) ideologico sugli intervenuti, dando ad essi l'illusione che il mondo ha bisogno di loro.

SECONDA CONVERSAZIONE


EUGENIO MONTALE - Io avevo pensato di far tradurre una poesia da una lingua all'altra, poi far intervenire un secondo traduttore il quale traduce dalla traduzione non dall'originale; poi interviene un terzo traduttore il quale traduce dalla seconda, un quarto, un quinto, e ripetere l'operazione cento volte. Questo è un esperimento che l'Unesco potrebbe fare con la spesa di pochi milioni: sarebbe molto utile per la cultura. Poi si paragona la poesia N. 1 con la poesia N. 100 per sapere che cosa è rimasto. Credo che non rimanga assolutamente nulla.

ANNALISA CIMA - La proposta è molto divertente, per lo meno evita l'equivoco, si saprebbe già in partenza di rileggersi senza riconoscersi. E chissà, per certi poeti, potrebbe essere anche un vantaggio.
Questi traduttori che travisano per cattiva interpretazione, non hanno dubbi o paure.
Dubitare è invece utile, utilissimo. Spesso però dubbi e paure intervengono a sproposito, per mancanza di opinioni personali, per un linguaggio insufficiente,

EUGENIO MONTALE - Reso balbuziente il linguaggio - al quale si riconosce una utilità non piú che pratica, di segno utilitario - si mostra inutile la conversazione, ridicola l'affermazione di opinioni che pretendano di cristallizzare in un senso o nell'altro il flusso della vita.

ANNALISA CIMA - Cosí viene meno il comunicare, l'unico mezzo per uscire dall'angoscia, dall'alienazione di quest'epoca, tanto cara e tanto tormentata.
Cara perché la viviamo anche soffrendone le manchevolezze; e tra tutte, prima il comunicare. Tutto è rapido: in poche ore si arriva a Rio, a San Francisco, ma è impossibile capire chi ci sta gomito a gomito.
Forse perché il comunicare ha bisogno di tempi, di silenzi, di inflessioni, di calma e non di corse estenuanti. 
I vocabolari personali sono ormai ridotti a poco piú di cento parole. Lo insegnano anche i manuali per apprendere le lingue rapidamente, ma è imparare questo? O non piuttosto un non voler pensare, per paura? Paura di non aver risolto, neppure ora che tutto si risolve facilmente, il perché dell'angoscia.

EUGENIO MONTALE - Il problema della comunicazione, è tutt'altro che insolubile sul piano della vita pratica. Si possono comunicare non idee ma fatti e bisogni, con l'arte del segno, dell'allusione, con l'impiego di particolari cifrari; e a questo provvede la scienza delle comunicazioni visive.

ANNALISA CIMA - Resta il problema della comunicazione delle idee, attraverso la parola.

EUGENIO MONTALE - Un tempo si riusciva, perché gli uomini di dottrina, col sussidio della religione o di qualche filosofia positiva, erano ancora uomini di opinione; e soprattutto perché gli uomini indotti erano tenuti fuori dal circolo del pensiero.
Gli uomini autorizzati a pensare erano pochi; la bomba del pensiero era custodita da rari specialisti che non avevano alcun interesse a farla scoppiare. Oggi la bomba è scoppiata e anche l'analfabeta ha il sospetto che la sua ignoranza valga la piú scaltrita dottrina. 
Sorge cosí la figura moderna di chi, tutto rifiutando e deplorando, prospera e impingua sulle macerie di un mondo che si suppone essere in disfacimento.
Dimostrando che il linguaggio è una finzione priva di ogni contenuto e che l'uomo è sorto per caso dal nulla e che il nulla è la sua vera vocazione.
Distruggendo l'ipotesi stessa di ogni possibile arte, un artista di oggi può acquistare larga fama e vivere alle spalle del mondo borghese da lui stesso detestato.
L'uomo aspira al caos ma non rinuncia al confort, non rinuncia a un margine di sicurezza fisica.
Mai sono esistiti tanti mezzi di comunicare, né cosí facili né cosí irresistibili.
L'importante è che tra questi mezzi sia sacrificata la parola, che ha il torto di non essere abbastanza polivalente e di pretendere a qualche durevole verità.
L'industria della comunicazione sarebbe minata alla base se i mezzi espressivi pretendessero di avere qualche durata nel tempo.

ANNALISA CIMA - Ecco il problema messo a fuoco: l'industria della comunicazione degli oggetti di breve durata, ma di facile comprensione, è la causa di tutto. E questi oggetti di facile comprensione debbono attrarre i mass-media, che ne sono i diretti consumatori.

EUGENIO MONTALE - Basta aver frequentato qualche locale pubblico (stabilimento balneare o ricreativo, caffè casa o salotto) per accorgersi che la conversazione - quel poco di conversazione che ancora sussiste - è tutta fondata sui sussidi dei cosidetti mass-media.
Non si tratta piú dell'uomo medio, ma dell'uomo senza distinzioni di livelli o di classi.
Il problema sorto dai mass-media sarà uno dei problemi massimi del futuro.
Oggi esso si pone cosí: dato che non si può eliminare questo mostro dalle cento teste (pubblicità, bourrage de crânes, automatismo di uomini che si credono liberi, sostituzione del segno al linguaggio, fabbricazione intensiva di nuovi bisogni sempre piú inutili, avvelenamento progressivo per mezzo di stupefacenti pseudoculturali che si assorbono senza rendersene conto) bisognerà disintossicare il mondo, renderlo meno offensivo.

ANNALISA CIMA - Il rapido progresso, la demistificazione che porta con sé un periodo di vacillamenti, l'impreparazione a un mondo che ci sorprende per la velocità del meccanismo hanno creato vuoti inevitabili.
Vuoti di cultura forse già esistenti, ma meno scoperti. Si segue la corrente, esce il best-seller e tutti lo comprano.
Solo perché non si ha piú tempo per le scelte, soverchiati dall'incessante lavoro-movimento.

EUGENIO MONTALE - Colui che compra il best-seller compie il suo dovere di buon cittadino che aiuta la produzione, ma è anche tenuto a disfarsi rapidamente del libro se vuole assolvere il suo obbligo di consumatore sensibile ai nuovi bisogni; in nessun modo, però, è tenuto a leggere il libro.

ANNALISA CIMA - Il problema di questo consumismo artistico, sta proprio nell'esautorazione da parte del consumatore. 
I consumatori di libri, e già sta accadendo, saranno gli stessi scrittori. Diventerà un circolo chiuso. Allora, forse, il silenzio sarà l'unico mezzo di comunicazione valido.
Gli artisti saranno probabilmente divisi in tre categorie: quelli che non scriveranno affatto, ritenendo ormai lo scrivere un mezzo di consumo tale da contraddire il concetto d'arte; quelli che scriveranno cose sempre piú incomprensibili, creando un linguaggio per iniziati; quelli che parleranno per i piú, scrivendo sempre best-sellers.

EUGENIO MONTALE - È curioso che il solo paese che abbia dato una moderna filosofia del linguaggio - l'Inghilterra - sia giunto a posizioni diverse, di un conformismo quasi sconcertante. Il vero linguaggio sarebbe quello che è parlato dall'uomo della strada e che riflette il buon senso, il senso comune. 
Bandito come antifilosofico il problema della conoscenza, si ammette che le cose sono quelle che sono, definite dalle parole d'uso, e che dietro le cose, dietro l'uomo non bisogna cercare nulla.

ANNALISA CIMA - Esattamente l'opposto delle posizioni d'avanguardia in Italia. Il linguaggio diventa sempre piú rarefatto, incomprensibile, resta da stabilire se sia il nostro un vicolo cieco che darà luogo a lunghi silenzi.
E resta il dubbio anche sul risultato della filosofia del linguaggio.

EUGENIO MONTALE - In principio la filosofia del linguaggio sembrò una rivoluzione nuova e sconcertante, una utilissima sconfessione del panlogismo idealistico. Si ebbe l'impressione che i filosofi avessero finalmente deciso di mettere i piedi su un terreno sicuro. L'illusione fu breve. I filosofi volevano soltanto far carriera e lasciare tutte le porte aperte, in ciò buoni seguaci dell'onnivoro e accomodante e polivalente idealismo vivono in Inghilterra.

ANNALISA CIMA - Il panlogismo, ovvero il concetto hegeliano che stabilisce identità tra razionale e reale, ha indubbiamente assunto in Inghilterra una sfaccettatura diversa dalla nostra, forse perché gli inglesi hanno proceduto a dimostrare l'identità tra razionale e reale con metodo negativo. E quindi la loro posizione era già diversa. Per questo, lei diceva poco fa che l'idealismo in Inghilterra non fu mai vivo.

EUGENIO MONTALE - Non vorrei essere fastidioso: non propongo alcun misticismo artistico, non mi ribello allo storicismo contemporaneo, al quale sono stato anch'io educato, riconosco senza difficoltà che dove esso non è penetrato, la critica artistica e letteraria non raggiunge il livello della nostra migliore.
Ma constato che il chiarito concetto dell'arte che è proprio del mondo moderno coincide con una crisi di quello stesso storicismo che l'ha resa possibile. Tornare indietro non si può, bisogna attendere che l'idealismo si approfondisca divorando sé stesso. Bisogna attendere soprattutto (in arte) che l'estetica del lirismo si trasformi. L'estetica del lirismo giunta in ritardo in Italia, è stata piú rigorosa da noi che altrove perché ha cacciato la psicologia dal mondo dell'arte. 
Fallita l'estetica del sentimento di Gentile, fallito il suo attualismo prevaricatore, la nostra recente estetica ha ripiegato sulle posizioni di partenza.

ANNALISA CIMA - Per Gentile definire l'arte come sentimento, significava soltanto la riduzione dell'arte a pensiero inattuale, cioè non realizzato. 
Al contrario oggi il concetto dell'arte come costruzione domina in senso assoluto.
Non un'origine solo dallo spirito (come Hegel l'aveva concepita), ma un modo di costruire condizionati dalla tecnica della materia: far coincidere le invenzioni con la produzione, l'idea con la realizzazione.

EUGENIO MONTALE - L'arte è dunque creazione di oggetti che prima non esistevano, non è linguaggio razionale. La ragione (secondo Gilson) coglie l'opera d'arte quando essa è fatta, quando è diventata un oggetto, non può piú coglierla nel suo divenire.

ANNALISA CIMA - L'estrinsecazione è, a mio modo di vedere, importantissima. Ma pensiamo per un momento a un'Italia senza le premesse di Croce in arte, quale disastro e soprattutto quale esasperazione in senso contrario, quale pericolo del culto dell'irrazionale, dell'io.

EUGENIO MONTALE - L'Italia è senza dubbio il paese nel quale hanno fatto minor guasto il culto dell'irrazionale, l'esasperazione dell'io, la storia dell'arte intesa come pura magia, suggestione e allusione, in una parola tutto quanto si designa con l'abusato termine di decadentismo.
Ciò che è entrato di queste teorie in casa nostra, ha mutato volto, si è temperato, si è fatto piú vero. E paese umano piú che umanistico è rimasta l'Italia dopo tante prove.
Grande è il dono che essa potrà fare all'Europa mantenendosi in questa direzione…; se essa si ricordasse di restare, anche in arte, una terra antica civile e cristiana, e non ambisse alla facile corona della balbuzie neobarbara e del funambolismo. Resta da chiedersi perché l'arte sia diventata quasi impossibile oggi, mentre non lo era quando
gli uomini non si ponevano il problema della libertà.
Le ragioni le ha dette in parte Hegel, ma entro uno schema di progresso dalla fantasia alla ragione che oggi è difficile accettare.

ANNALISA CIMA - Questo restare in equilibrio tra gli eccessi dell'una e dell'altra teoria, scartare le cose sbagliate da qualsiasi fronte provengano: è il tentativo di una nuova cultura.
Il difficile oggi, infatti, è non lasciarsi prendere da eccessi, tanto facili soprattutto per chi ha le idee confuse, con poca dotazione di opinioni personali. 
Pochi quelli che in tanta confusione gridano alla gioia di vivere. Persone per le quali l'unica realtà è che oggi il mondo sta perdendo in amore, in gioia, mentre la vita ci sfugge.
Viviamo in un mondo di traumatizzati: la noia è il presupposto base, tipica dei non realizzati che ritardano anche sul piano sociale un qualsiasi progresso. Se ognuno realizzasse il "mondo" nel suo ambito, basterebbe piú di qualsiasi teoria a cambiare questi stereotipi annoiati in uomini felici.

EUGENIO MONTALE - Non vedo che volti devastati da una noia che non ha nulla di esistenziale ma è il frutto di una supina acquiescenza a tutti gli aspetti peggiori del nostro tempo: un tempo che, dopo tutto, è stato fatto da noi.